Flavio Lucchini

What Women Want(?)

a cura di Alan Jones

01/06/2011 - 27/11/2011

Riva S. Biagio/Arsenale Space
Castello 2145 Venezia


Un artista occidentale si cimenta con l’iconografia mediorientale.
Immagini di donna. Sotto il burqa afgano, il niqab mediorientale. Che illuminano, rivelano, riflettono su il misticismo, il fanatismo, l’oscurantismo del presente. E l’insopprimibile voglia di esprimere se stesse. Sguardi velati per le ironiche copertine di riviste di moda o per i poster versione street-art. Moltitudini velate nei cartelloni che ipotizzano un futuro sempre più dominato dall’Islam. Veli che nascondono ma non sopprimono la voglia di femminilità, bellezza, giovinezza e sono discretamente o sfacciatamente decorati, ricolorati, griffati.
Grandi quadri digitali, dove il mouse si sostituisce al pennello, l’unicità dell’arte si fa complice della serialità della tecnologia. Per contrappunto una piccola scultura dorata rappresenta un opulento abito da sera. Potrebbe essere un Capucci, un Dior, un Ferré. E’ il sogno occidentale, l’abito che divinizza la donna, non la opprime. Crossing di linguaggi: l’arte si interfaccia con la moda, con la grafica, con la pubblicità, con la fotografia, con internet, con Photoshop, con il sociale.


GLI OCCHI DIETRO AL VELO

di Alan Jones

Flavio Lucchini appartiene a una ristretta rosa di artisti la cui prima affermazione avvenne nel sancta sanctorum del mondo mediatico commerciale. L’unico simile caso oggettivo nella recente storia dell’arte che ricordi è quello di Andy Warhol. L’arte contemporanea mira ad avvicinare il più possibile l’opera al mondo reale, tanto che a volte diventa impossibile dire dove finisce l’arte e dove inizia il mondo. Flavio Lucchini conosce tutte le pieghe che corrono sull’invisibile linea di demarcazione tra la vita di ogni giorno e il fantastico regno della moda, dove i nostri sogni più intimi sono programmati. 

Gli strumenti mediatici che possiede gli hanno permesso di focalizzarsi ultimamente sull’immagine del burqa nell’incontro tra Oriente e Occidente. I dress code sono come tecniche musicali: sono molto di più di una mera questione di che cosa indossare per una serata nella discoteca più vicina. Quando le mode cambiano, i muri dell’impero tremano. Andy Warhol ha tolto l’immagine di Mao dalle agenzie stampa per elevarla a icona per una speculazione filosofica. Il gioco di prestigio dello spostamento iconico era sotteso a tutte le operazioni di sovversione della Pop Art. E non dimentichiamo i rigidi codici della Serenissima Repubblica di Venezia che regolano l’abito, chi-indosserebbe-cosa. Un gioco che funziona ancora oggi.

Testo integrale disponibile sul sito www.flaviolucchiniart.com


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